Un intervista... a Daniele Rubboli

di Lisa Menditto

RUBBOLI

Si è svolta presso la festosa e piacevole
location dell’azienda agricola ‘Hombre’ a Corletto di Modena, nel tardo pomeriggio del 10 Giugno 2017, l'intervista al grande giornalista di professione e presentatore Daniele Rubboli, originario della bassa modenese ma noto intutta Italia come storico dell'Opera Lirica. Facendo risaltare in modo particolare la vita, la carriera e la sua tesi sul teatro musicale, si sono potute ascoltare le parole di un uomo dalla strabiliante cortesia.



La ricerca della strada da perseguire nel corso della propria vita risulta molto spesso difficile. Tuttavia, occasioni casuali possono aiutarci in questa impresa. Qual è stata, a questo proposito, la circostanza che le ha permesso di avere le idee più chiare su ciò che avrebbe voluto fare nella vita?

«E’ verissimo. Purtroppo si capisce molto di più con l’avanzare degli anni mentre invece le scelte della vita si devono fare all’inizio, di solito entro i diciotto e i vent’anni è necessario avere le idee molto chiare. Ci sono poi delle fortune. La mia fortuna è stata la mia famiglia. Mio nonno era un attore importante nelle compagnie filodrammatiche di Modena, anche se tutti gli uomini della mia famiglia sono originari di Ravenna. Mio padre avrebbe fatto una buona carriera come cantante lirico  se non fossi nato io a troncargliela [ride]. Doveva mantenere un figlio ed è diventato poi maestro delle scuole elementari avendo un diploma per questa professione. Mio padre però mi ha coinvolto da subito. Io a cinque anni ero già al Teatro Comunale di Modena, nei posti giusti, cioè dietro le quinte in mezzo ai cantanti. Mi faceva ascoltare i concerti alla radio, mi portava a quelli che ancora lui faceva di quando in quando e quindi io ho incominciato piano piano a respirare quest’aria. All’età di nove anni mi ha creato un’occasione di debutto come presentatore dello spettacolo delle scuole di Finale Emilia, facendomi salire sul palco per la prima volta. Ci sono salito per la prima volta a nove anni… e devo ancora scendere. Ho continuato a presentare spettacoli per ragazzi andando avanti con la scuola. C’è stata poi la grande esperienza con il Liceo Muratori a Modena. Eravamo un gruppo di gente che al sabato guadagnava qualche lira lavorando al ‘Domus’, che oggi è il Teatro Michelangelo. Io presentavo, Caterina Caselli cantava, l’équipe 84 era appena nata, I Nomadi si erano appena formati, c’erano i Marines con Ambra Borelli che ancora vive a Vignola... da qui ho capito che non avrei voluto abbandonare questo tipo di esperienze. Contemporaneamente, siccome a scuola riuscivo a cavarmela molto bene scrivendo, mi è nata l’idea di fare il giornalista. Anche su questo ci ho provato da subito. Ancora prima di finire il liceo ho provato a collaborare con la Gazzetta di Modena, riuscendo a rimanere nel giro fino a quando non sono diventato un professionista. Ho cambiato vari giornali e ho finito la mia carriera a ‘Tv Sorrisi e Canzoni’».



Oltre a queste quali sono state le sue collaborazioni?

«Ho aperto una dependance della Gazzetta di Modena con la Gazzetta di Ferrara che è nata nel ’69. Le cose non andarono molto bene con quest’ultima e per questo andai via. Ho fatto varie esperienze come freelance e poi mi hanno chiamato, devo ancora capire il perché chiamarono me, a dirigere la pagina regionale dell’Organo Ufficiale della Democrazia Cristiana dell’Emilia Romagna, cioè Il Popolo. Ho diretto la pagina regionale a Bologna per un certo periodo di tempo. Poi, anche per motivi economici, tutti noi periferici siamo andati a Roma e io ho iniziato a lavorare alla sede della città, finché non mi sono stancato perché per me Roma è una città invivibile [ride], quindi sono venuto via e poco dopo è arrivato ‘Tv Sorrisi e Canzoni’».



Vista la tendenza delle nuove generazioni ad apprezzare maggiormente le musiche commerciali, pensa che questo sarà il fattore che porterà alla graduale dispersione dell’opera in futuro? Cosa direbbe ai giovani per fare in modo che la lirica non venga dimenticata?

«Se mi fosse stata fatta questa domanda sei mesi fa sarei stato più preoccupato. Ho raccolto in questi ultimi tempi dei segni positivi di ripresa di attenzione. Ho tentato di invogliare mio nipote universitario di 21 anni a fare delle esperienze quando era piccolo, come il bambino della Butterfly in parecchie edizioni ad esempio. Adesso segue le opere al Teatro Comunale di Bologna, tutti gli anni va all’Arena di Verona, rimanendo comunque sempre informato sul suo genere musicale. Questo significa che quello che è venuto a mancare ai giovani in queste ultime due generazioni è stata l’occasione di sapere che esiste anche l’Opera. Ecco perché apprezzo molto quello che state facendo a Mirandola con gli ‘Amici della Musica’. Non è detto che per forza un giovane si debba innamorare del Teatro d’Opera perché è andato a vedere un’opera... però ci è andato, ha avuto un’occasione che probabilmente gli ha aperto una porta che per lui non esisteva, poiché il bombardamento dell’informazione lo porta su tutt’altri argomenti musicali. Io ho avuto colleghi e amici della mia età che sono venuti da me meravigliati perché d’estate avevano deciso di andare all’Arena di Verona e il giorno dopo la figlia è andata a comprare il disco della Turandot! C’è bisogno che i giovani vengano informati, non possono essere degli indovini. Non si nasce con dentro la passione per l’Opera. Poi ognuno fa le sue scelte. Magari su cento che vengono portati all’Opera solo dieci rimangono colpiti, però portiamoglieli! Tutto questo accade dagli anni ’80 in poi, perché fino a quegli anni non solo c’era un entusiasmo generale ma lo stesso teatro musicale faceva parte della cultura popolare tanto che anche un analfabeta conosceva perfettamente la differenza fra ‘Madama Buttefly’ e ‘Il Trovatore’. Poi con l’avvento di questa televisione che favoriva sempre di più altra musica e con l’inizio della crisi economica si è arrivati alla scomparsa dei Teatri di provincia: parliamo della provincia di Modena dove si facevano piccole ma reali stagioni d’opera a Mirandola, a San Felice sul Panaro, a Finale Emilia, a Sassuolo ecc. Adesso tutto questo è un mondo che è scomparso. Se qualcuno è interessato deve per forza recarsi al Teatro Comunale di Modena per esempio, poiché altrimenti nella provincia non ci sono altre grandi possibilità. Questo ha recato un guaio nelle nuove generazioni di cantanti che si sono ritrovati senza le ‘palestre’… che poi erano ‘palestre doppie’ sia per chi aveva già fatto una carriera ma aveva ancora bisogno di maturare una pensione come cantante, sia per i giovani che trovavano straordinario poter cantare al fianco di persone con venticinque o trent’anni di teatro, perché si poteva solo imparare qualcosa. Questa è una cosa che non riguarda soltanto l’Italia ma tutto il mondo. Io ho conosciuto tantissimi ex-cantanti del Metropolitan che poi facevano le stagioni a sessanta o sessantacinque anni a Macao e per gli organizzatori di Macao erano importanti perché erano tutti nomi che erano stati vent’anni in cartellone al Metropolitan. Così succedeva anche da noi: le prime parti le davano a questi cantanti che erano stati alla Scala o al Comunale di Bologna e intanto i giovani al loro fianco crescevano. Tutto questo mondo è scomparso. Nel nostro Paese in occasione delle sagre si organizzava un’Opera Lirica in piena estate, e anche se era una sola era un’occasione per portare a tutti questo tipo di teatro».







Dove ha frequentato la scuola ai tempi del Liceo?

«Ho avuto una storia vagamente complicata perché fino all’età di nove anni ho vissuto a Modena dove sono nato. Poi i miei genitori, entrambi insegnanti delle scuole elementari, hanno avuto il posto di ruolo in una scuola sperduta in mezzo alle campagne vicino a Massa Finalese, con abbinata e gratuita la casa degli insegnanti, quindi io mi sono trasferito lì finendo le elementari. La scuola media l’ho frequentata a Finale Emilia, essendo la più comoda da dove mi trovavo. Successivamente ho fatto la quarta ginnasio al San Carlo a Modena ma era troppo lontano da casa nonostante avessi dei parenti che mi ospitavano. Ho quindi fatto la quinta ginnasio al Liceo Pico di Mirandola, che raggiungevo più facilmente. Infine i miei genitori hanno lasciato la campagna e hanno deciso di ritornare a Modena dove ho frequentato il Liceo Muratori concludendo gli ultimi tre anni». 



Per quanto riguarda gli ‘Amici della Musica’ di Mirandola, com’è venuto a conoscenza di questa associazione culturale e come è progredito il suo legame nel corso degli anni?

«Le associazioni sono un fenomeno che si sviluppa con gli anni ’60. Anche se non parliamo di un associazionismo così spontaneo e di volontariato come fu nell'Ottocento, crebbe comunque con un entusiasmo tale che negli anni '80  il consorzio che avevano creato a Ferrara, che raccoglieva tutti i Lirica Club d’Italia, ne contava ottocento. Per cui era una presenza importante poiché organizzavano conferenze o concerti utili per promuovere i giovani cantanti e trasferte all’Arena di Verona. Ci sono stati alcuni grossi Club, come il Club Verdi di Rovereto sul Secchia, il più grosso d’Italia che intervistarono anche in televisione e che incominciò a fare i voli charter per il Metropolitan e anche per il Bol’šoj di Mosca. Per cui ci fu per venticinque anni un’attività bellissima che faceva entusiasmare la gente. Ma cos’è successo? E’ successo semplicemente che i presidenti delle associazioni non hanno curato il ricambio e man mano che morivano si spegnevano anche i Club. Io ho visto Club meravigliosi spegnersi e scomparire. E veramente non è una battuta quella di dire che il presidente Milton Marelli degli 'Amici della Musica' di Mirandola è uno degli ultimi sopravvissuti e che è riuscito a mantenere una vivacità in questa sua associazione, cosa che neanche Parma, che a suo tempo aveva addirittura cinque grandissimi Club, ha mantenuto, poiché è morto il presidente dei Parma Lirica che oramai è una sorta di niente in confronto a quello che era stato e alla vivacità della gente. Ogni club si era inventato un premio, li davano ai “divi” con i quali si instauravano amicizie e che venivano seguiti dai membri dei Club quando andavano a cantare. Poi tutta questa vivacità è scomparsa perché sono morti o sono invecchiati e quindi non hanno più avuto la capacità di portare avanti questo fenomeno. Io sono subito entrato in collaborazione e sono stato anche presidente per vari anni di uno dei grossi Club chiamato Frescobaldi di Ferrara che esiste ancora, non so in che condizione, ma esiste ancora [ride]».



Osservando da vicino il costante impegno del presidente Milton Marelli e del direttore artistico Lucio Carpani, quali pensa siano i punti di forza dell’associazione ‘Amici della Musica’ e cosa farebbe per aiutarla maggiormente in futuro?

«Per aiutarla maggiormente non potrei fare niente perché per aiutare queste realtà occorrono dei soldi, io non ne ho per cui…[ride]. Loro sono veramente molto bravi e stanno facendo una cosa che avviene solo in un'altra città italiana, Catanzaro. Promuovono i giovani, che è la cosa più intelligente che si possa fare poiché è inutile essere egoisti... quando siamo morti noi queste cose devono morire con noi? No! Nessuno deve pensare “dopo di me il diluvio”, no. Le cose devono andare avanti e in meglio. Ma tutto questo non potrà accadere se non prepariamo dei giovani.

Quello che sta facendo Mirandola è fantastico ma la “punta di diamante” è proprio questa promozione presso le nuove generazioni».





«Pian piano ci sarà una ripresa» conclude Daniele Rubboli. «Si tratta di un patrimonio culturale nostro che non può essere destinato a finire così».


Foto selezionata ridotta per sito
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