sabato 18 agosto: Tosca in Arena di Verona


Sabato 18 agosto

La Fondazione Arena di Verona
tramite
gli "Amici della Musica" di Mirandola

VI INVITA IN ARENA
con biglietto GRATUITO
riservato ai cittadini delle zone colpite dal terremoto


TOSCA
di Giacomo Puccini

melodramma in 3 atti
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Tosca: l'opera pucciniana più discussa e più amata


Nella primavera del 1889 Giacomo Puccini espresse al suo editore Ricordi il desiderio di prendere spunto dall'allora famoso pezzo teatrale francese La Tosca, scritto dall'allora famoso (ora quasi completamente dimenticato) Victorien Sardou, per la stesura della sua prossima opera. Questo pezzo teatrale era stato composto per la grande Sarah Bernhardt, che interpretò la parte di Tosca alla prima rappresentazione di Parigi nel novembre del 1887, e che Puccini vide recitare nello stesso ruolo a Milano nel 1890 e di nuovo a Firenze nel 1895.

Sembra che per molti anni dopo la sua prima lettera appassionata a Ricordi, Puccini accantonò l'idea della Tosca mettendone in discussione l'efficacia come argomento operistico; forse questo era dovuto al fatto che per un po' di tempo Puccini dubitò seriamente che questo melodramma gli andasse davvero a genio.

Infatti fu soltanto un anno dopo che Puccini vide l'opera per la seconda volta a Firenze che si fece nuovamente allettare dall'idea. A quel punto era sorto tuttavia un problema: Sardou aveva ceduto i diritti del pezzo teatrale ad Alberto Franchetti, un compositore relativamente minore e Luigi Illica ne aveva ormai quasi completamente scritto il libretto; persino lo stesso Verdi aveva onorato quest'iniziativa con la sua approvazione. Quando Ricordi e Illica si proposero di dissuadere Franchetti dal suo progetto, con grande sorpresa il compositore oppose gran poca resistenza e a dire il vero anche lo stesso Sardou sembrava piuttosto ansioso di collaborare con Puccini. La versificazione venne affidata a Giuseppe Giacosa, che inizialmente si era dimostrato contrario al progetto, obiettando che l'argomento presentava troppa trama e dava troppo poco spazio allo sviluppo lirico. In svariate occasioni minacciò di ritirarsi dalla loro collaborazione, ma alla fine non lo fece: verso l'inizio del 1898 Puccini aveva l'intero libretto nelle sue mani ed era finalmente nelle condizioni di iniziare a lavorare al primo atto.

Con l'intento di inserire nella sua musica dell'autentico colore locale, Puccini si recò appositamente a Roma per ascoltare di persona l'effetto delle campane mattutine dai bastioni di Castel Sant'Angelo (per l'introduzione del terzo atto) e per assicurarsi l'assistenza di un prete che potesse metterlo al corrente di tutti i dettagli sulla liturgia per il Te Deum che chiude il primo atto. Il poeta romano e bibliotecario Luigi Zanazzo compose i versi della lirica pastorale cantata da un pastorello all'inizio del terzo atto. Puccini apportò alcune modifiche al libretto prima di completarlo nel 1899: rifiutò per esempio che un'aria venisse cantata da Cavaradossi nel secondo atto e insistette nel scegliere un lamento d'amore angustiato costruito attorno alle parole 'Muoio disperato' da far cantare al pittore mentre attende la sua esecuzione. Dopo molte discussioni con i suoi librettisti, come sempre Puccini riuscì a fare di testa sua.


 

La vicenda si svolge a Roma nel giugno dell'Ottocento.

ATTO I

Nella chiesa di Sant'Andrea della Valle.

Cesare Angelotti, un prigioniero politico evaso dalle carceri di Castel Sant'Angelo, entra furtivamente nella chiesa di Sant'Andrea della Valle. Presso la pila dell'acqua santa, come predisposto dalla sorella marchesa Attavanti, egli trova la chiave della cappella di famiglia, dove corre a nascondersi in attesa del calar della sera. Nel frattempo giunge il sagrestano che, brontolando e sbuffando, si affretta a sistemare pennelli e colori sparsi attorno ad un cavalletto. Poco dopo arriva il pittore Mario Cavaradossi, il quale si accinge a dare gli ultimi ritocchi ad una tela raffigurante Maria Maddalena. Il sagrestano commenta la strana somiglianza tra il quadro e la dama sconosciuta vista in chiesa inginocchiata nell'atto di pregare qualche giorno prima Silenziosamente, Mario si sofferma a confrontare due diverse bellezze: l'ispiratrice del quadro - la dama sconosciuta, la quale è bionda con gli occhi azzurri - e la celebre cantante Floria Tosca dai capelli corvini e gli occhi neri, che egli ama ardentemente.

Sbrigate le incombenze, il sagrestano si congeda e se ne va scandalizzato dalle considerazioni del pittore, che confonde immagini umane e sacre. Angelotti approfitta del momento propizio, esce dal nascondiglio e si rivela a Cavaradossi, il quale lo riconosce e gli offre il cestino della sua colazione perché si rifocilli. Quindi gli assicura solidarietà ed aiuto. Il loro dialogo è interrotto dall'improvvisa visita di Tosca che, davanti all'evidente imbarazzo di Mario, s'insospettisce. Il suo dubbio e la sua gelosa collera aumentano quando riconosce nel dipinto il volto della marchesa Attavanti, ritratta a sua insaputa dal pittore mentre preparava la fuga del fratello fingendo di pregare. Mario cerca di calmare la donna esprimendole tutta la sua tenerezza ed il suo amore. Tosca si rasserena e finalmente lascia la chiesa. Il pittore riprende il dialogo con il fuggiasco; vuole sottrarlo alla cattura, perciò gli mette a disposizione la sua villa: la segreta, entro il pozzo del giardino, potrà essere un rifugio sicuro. Un colpo di cannone proveniente da Castel Sant'Angelo li avverte che è stata scoperta l'evasione: Cavarodossi e Angelotti fuggono in gran fretta. Il sagrestano torna seguito dai cantori della cappella, e poi, a poco a poco la chiesa si affolla di fedeli: si festeggia la presunta vittoria su Napoleone con un Te Deum. L'esultante atmosfera è, però, subito adombrata dalla presenza degli sbirri e del capo della polizia, il barone Scarpia, giunto per far luce sulla fuga di Angelotti. Egli ordina l'immediato allontanamento di tutti i presenti e inizia le indagini. Trova aperta la Cappella Attavanti, scorge il paniere vuoto, raccoglie un ventaglio con lo stemma della marchesa e identifica, poi, il volto della stessa nel dipinto di Cavaradossi. Ricollega il tutto con Le confidenze del sagrestano, ricostruisce gli eventi e si prefigge un piano ben preciso. Tosca ritorna nella chiesa e s'irrita per l'assenza di Mario. Il dissoluto barone coglie l'occasione per esasperare la donna eccitandone la gelosia, nell'intento di raggiungere due fini: seguire la pista di Angelotti e conquistare l'avvenente cantante. Temendo l'infedeltà di Mario e ormai furente, Tosca giura vendetta e si precipita verso la villa di Cavaradossi, certa di sorprenderlo con la presunta amante. Scarpia la fa pedinare. Intanto la chiesa si rianima e si alza, solenne, il canto del Te Deum.

ATTO II

A Palazzo Farnese

In un salone del palazzo, Scarpia sta cenando e attende il rientro dei gendarmi mandati all'inseguimento di Tosca. Dalla finestra aperta giunge l'eco della festa che si svolge per la sconfitta di Bonaparte. Arriva trafelato l'agente Spoletta, il quale comunica che non essendo riuscito a trovare nessuna traccia di Angelotti, ha arrestato Cavaradossi con l'accusa di aver complottato contro lo Stato e di aver favorito la fuga dell'evaso. Scarpia sottopone il pittore ad un serrato interrogatorio ma Cavaradossi risponde sdegnosamente e nega nel modo più deciso ogni suo coinvolgimento. Sopraggiunge affannata Tosca, chiamata da Scarpia mentre si esibiva alla festa del piano inferiore. La donna vede il pittore e corre ad abbracciarlo. Cavaradossi, sommessamente, esorta l'amata a non pronunciare parola, poi è portato nella camera di tortura, ma neppure le sevizie gli strappano la confessione. Tosca, che dapprima resiste coraggiosamente alle insidiose domande, alle ripugnanti offerte di Scarpia e alle urla dell'amante straziato, non regge, e svela il nascondiglio del fuggiasco. Scarpia, allora, fa sciogliere il prigioniero e ordina a Spoletta di andare subito alla villa di Cavaradossi per arrestare Angelotti, nascosto nel pozzo. Mario capisce che Tosca ha parlato; la maledice e poi crolla. Quando, però, il gendarme Sciarrone rientra e annunzia che gli austriaci sono stati sconfitti a Marengo, egli si rianima e prorompe in un grido di vittoria. Gli sbirri portano in carcere il pittore che per ordine di Scarpia è condannato a morte. Tosca è disperata; implora Scarpia di risparmiare Mario e cerca di corromperlo, ma il barone non è interessato al denaro: l'unica ricompensa che si aspetta è la stessa Tosca. Egli salverà Mario solo se Tosca si concederà a lui. Spoletta interrompe la conversazione con la notizia che Angelotti ha preferito il suicidio alla resa e che tutto è pronto per l'esecuzione di Mario. Tosca, fuori di sé; finge di accettare l'ignobile baratto. Scarpia le fa credere allora che quella di Cavaradossi sarà una finta esecuzione, mentre in realtà ordina a Spoletta che il pittore sia effettivamente fucilato. E' il suo ultimo crimine: redatto il salvacondotto che dovrebbe consentire ai due amanti l'uscita dallo Stato, si avvicina a Tosca per prenderla fra le braccia, ma la donna gli vibra una coltellata nel petto, ferendolo a morte. Gli strappa quindi il documento dalle mani e mette due candele a fianco del cadavere e un crocefisso sul suo petto. Poi se ne va silenziosamente.

ATTO III

La piattaforma alla sommità di Castel Sant'Angelo

È l'alba: le campane suonano l'Ave Maria. Si ode il canto di un pastorello che porta il gregge al pascolo. Una scorta conduce Cavaradossi alla fortificazione; l'ultima ora sta per scoccare. Mario si accinge a scrivere il suo disperato addio al mondo e all'amore. Pensa ai giorni felici che più non torneranno e alla vita che gli sfugge e che mai come ora ha tanto amato. Vorrebbe che il biglietto fosse consegnato a Tosca, ma improvvisamente arriva la cantante, la quale gli reca la notizia della morte di Scarpia, gli mostra il salvacondotto e lo avverte che la sua sarà una finta fucilazione. Mario è incredulo. Tosca allora gli confessa l'omicidio compiuto, dopo aver stretto il patto con Scarpia. Scongiura Mario di stare al gioco, di fingere bene, di simulare con arte la caduta. Poi, quando le guardie se ne saranno andate, potranno fuggire verso altri paesi e vivere liberi e felici. Il plotone di esecuzione spara, ma Mario cade per non rialzarsi più. Tosca si rende improvvisamente conto del crudele inganno, che Scarpia ha portato a termine nonostante la morte. Tosca si getta disperata sul corpo di Cavaradossi, quasi incredula di fronte alla tragica realtà. Nel frattempo gli sbirri hanno trovato il cadavere di Scarpia e corrono per arrestare la cantante; ma essa, fulminea, li sfugge e si lancia dagli spalti di Castel Sant'Angelo, gridando che prima di raggiungere il cospetto di Dio, affronterà Scarpia. 


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