Concerto d’apertura Mirandola Classica 6° stagione: il viaggio della musica fra sospiri e tensione creativa

Domenica 22 febbraio 2015, Mirandola. In fretta percorro il tragitto dal parcheggio all’entrata di Teatro 29 a causa della pioggia sottile. Con un paio di movimenti pulisco le scarpe, appoggio il cappotto. Basta un  passo nella hall per percepire chiaramente la tensione carica di aspettativa per ciò che di lì a poco si sarebbe ricreato, di nuovo, anno dopo anno: l’apertura della stagione concertistica realizzata dagli Amici della Musica di Mirandola. Comincio a strappare quasi subito i biglietti degli spettatori: la prima soddisfazione della serata è vedere un flusso di persone che sembra non arrestarsi. Il teatro pian piano comincia a riempirsi, mentre l’ansia degli organizzatori di vedere una platea scarna si dissipa.                                         

Le 16.30 arrivano in fretta, bisogna cominciare. Ognuno prende posto anche sul palcoscenico: emozionati, salgono i giovani archi dell’Accademia Virgiliana di Mantova. Subito dopo fa la sua apparizione un gradito ospite già conosciuto: il violinista Paolo Ghidoni.                                         

Rileggo velocemente il programma di sala: Bach, Haydn, Puccini, Grieg. Cosa c’entrano fra di loro? Cosa mi sfugge?  Come se mi leggesse nella mente, il Maestro Ghidoni prende la parola e dà risposta ai miei quesiti. Rievocheremo centocinquant’anni di musica, partendo da Bach e approdando a Grieg. L’inizio e la fine si congiungono, poiché le strutture formali di composizione della suite di Grieg trovano le proprie radici in Bach. Curioso. Ancora una volta abbiamo la prova che la musica non si cementa in compartimenti serrati, ma viaggia sul medesimo conduttore di energia.

A trecento anni dalla sua stesura, ad aprire le danze troviamo la conosciuta  Aria sulla quarta corda. Ancora una volta la scelta non è casuale: cosa intendiamo per “aria”? Per il maestro si tratta proprio dell’aria che respiriamo. Bach dà voce all’aria che respiriamo. Un’aria che dà respiro e che respira ancora, nonostante i suoi trecento anni, certamente portati bene.

La musica comincia a prendere forma attraverso un’esecuzione molto sentita. È incredibile come quello musicale sia un universo di tensioni, di unioni, di influenze generative di creatività: i compositori rivivono nel solista, il solista rivive nell’orchestra, la quale avverte e assimila l'impronta emotiva e profondamente sanguigna di Paolo Ghidoni. È evidente.

Il coinvolgimento è una forza inarrestabile e giunge fino al pubblico. La malinconia e la celata energia di Puccini si riprende l’aria donata da Bach, lasciando a fiato sospeso per l’esecuzione di Crisantemi, pagina breve e poco conosciuta. Questo brano sembra un sogno. Viene scritto nel 1890 in una sola notte. Sarà un caso? Questa musica non sembra crede nella fatalità.

L’atmosfera creata da quest’ultimo brano lascia un silenzio che si trasforma in tensione per l’aspettativa. Chi ci ridarà aria?

La risposta è una sola: Edvard Grieg. Attraverso l’ascolto de “L’ultima primavera” e della “Holberg Suite” ci rendiamo conto di una delle qualità geniali del compositore nordico: prendere il silenzio e attraverso una lieve vibrazione renderlo musica, come se fosse l'aria che respiriamo a cantare. Il vuoto si riempie e genera musica con una leggerezza impalpabile. 

Il concerto si conclude, iniziato e finito come fosse un grande respiro.  I volti soddisfatti a me vicini me ne danno prova.

Margherita Bergamaschi