Histoire du Soldat per Mirandola Classica, 21 febbraio 2016

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Spesso, quando decidiamo di andare a teatro, il nostro immaginario corre dietro all’idea di un’opera lirica, possibilmente con tanti personaggi e vestiti d’epoca sfarzosi, oppure a una bella sinfonia suonata da un’ottantina di orchestrali. Con “Histoire du soldat” ci siamo dovuti ricredere. Sette musicisti, un direttore, una narratrice e alcune tavole disegnate sono bastate per accompagnarci dentro ad un mondo parallelo. Violino, clarinetto, fagotto, tromba, trombone, contrabbasso e percussioni sono l’unico organico di cui Stravinskij ha avuto bisogno per creare una storia impressionante, travagliata ma al contempo semplice, capace di arrivare dritta al cuore di chi ascolta. Opera scritta nel 1918, in piena guerra, il testo è una rielaborazione di alcune favole russe che arriva a trattare alcune tematiche fondamentali, come quella dello sradicamento dalla propria terra. Su un palco buio, riempito solo della presenza di questi pochi artisti, prende forma il disegno, prende suono la musica e prende significato l’intera opera. È la calda voce di Angela Malfitano ad accompagnarci in questa assurda storia di straniamento: un giovane soldato in congedo, sulla strada di casa, incontra un vecchio apparentemente innocuo, che poi si scopre essere il diavolo. Dal giovane non vuole nulla di eccezionale, solo il suo violino, strumento di scarsa qualità e di valore economico esiguo. In cambio, il soldato ottiene un libro che gli mostra il futuro. Un’offerta molto allettante, anche se poco comprensibile. Decide di accettare, divenendo col tempo un ricchissimo mercante d’arte, proprietario di un’infinità di beni materiali. Ma a che prezzo. Quanto può venirgli a costare questo scambio? La vita intera. Una volta tornato a casa, nel suo villaggio nessuno più lo riconosce: è andato oltre il tempo, è un morto tra i vivi. Cedendo al diavolo, il giovane perde tutto il suo valore di essere umano. Il violino tiene costantemente la scena, ha un ruolo drammaturgico fondamentale, rappresenta il dramma interiore di ognuno di noi. Forse è per questo che il diavolo desidera così ardentemente il violino del povero soldato: possedere le paure di un uomo significa possedere l’uomo stesso. Non esiste più felicità, non esistono i profumi, è lontanissima la sensazione di gioia nello stringere una ragazza, seduti su una panchina, sul ciglio della strada. Il ragazzo capisce che deve disfarsi del libro per ritrovare se stesso, lo straccia in mille pezzi e lo getta. Dopo mille peripezie arriva a giocare una partita a carte col diavolo. Decide di giocarsi tutti i soldi che gli restano, aiutato dalla sua voce interiore, che sa indicargli qual è la cosa giusta da fare. Per quanto sia ricoperta dall’oscurità, la nostra coscienza, la nostra intima componente sana, non perirà mai. Il diavolo vince la partita, ma in realtà perde il potere che ha sul ragazzo. Almeno per il momento.  Ritrovata la sua natura umana, il giovane si innamora di una bellissima principessa. Una volta sposati, il soldato è convinto di avere finalmente tutto ciò che conta nella vita, ma la principessa lo induce suo malgrado in tentazione, rinfocolando nel cuore del suo amante la divorante nostalgia del suo paese natio. Un errore tremendo: appena il soldato passa il confine del regno il diavolo, che lo attende al varco, se lo porta via per sempre al suono di una marcia trionfale, tenendo fede alla sua maledizione.

La parola chiave per godere appieno di quest’opera è “semplicità”. Le rovine dell’Europa in macerie di Stravinskij permettono solo questo, un’opera semplice, ma è proprio la tragedia storica della prima guerra mondiale a dare la possibilità al compositore di creare qualcosa di radicalmente nuovo, che nella comodità, non sarebbe mai nato. L’allestimento pensato dal M° Giambattista Giocoli è essenziale e carico di forti significati simbolici: nessuna ridondanza o ripetitività. Persino le elevate difficoltà tecniche musicali passano come semplici, grazie alla grande bravura dei musicisti.  

Ogni disegno dell’artista (a cura di Michele Cerone) è una storia a sé, coloratissima e affascinante. Il colore, il suono, la voce-strumento della narrazione si fondono parlando della vita e della profonda drammaticità che caratterizza la natura dell’essere umano. Altrettanto sfaccettata è la musica, commistione tra unamarcia, unvalzere uncoralebachiano checompaiono a fianco di untango argentinoe aljazznordamericano. La musica del 900 ha perso i canoni estetici della melodia dei passati secoli, l’Europa ha perso le proprie sicurezze, ma l’arte si è arricchita, cambiando per sempre. Cogliamo questo fiore nato nelle avversità, ringraziando Angela Malfitano, il M°Giocoli e l’Orchestra del Baraccano di Bologna per avercelo donato. 

MARGHERITA BERGAMASCHI


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