Domenica 18 marzo 2012

Gli “Amici della Musica di Mirandola” organizzano
viaggio in Pullmann al Teatro Filarmonico di Verona

IRIS

Opera in tre atti di P.Mascagni
Libretto di Luigi Illica



Iris

Direttore
Regista
Scene
Pier Paolo Bisleri
Costumi
Giovanna  Buzzi
Movimenti coreografici
Virgilio Sieni
Lighting designer
Jurai Saleri
Interpreti
Rachele Stanisci
Sung-Kyu Park
Iorio Zennaro

Allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste, Fondazione Teatro della Città di Livorno Carlo Goldoni e Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari

La proposta di un’opera ‘giapponese’ venne fatta a Mascagni nel 1896 da Luigi Illica, librettista di testi importanti come La Bohème e Andrea Chénier , che sarà suo collaboratore anche per Le maschere e Isabeau . Mascagni ha appena presentato il piccolo Zanetto , un primo saggio di gusto parnassiano-decadente, e l’idea di Illica interpreta una volontà di rinnovamento rispetto al realismo imperante, l’aspirazione a dare una risposta italiana al simbolismo di un Maeterlinck (il cui Pelléas et Mélisande non è stato però ancora rivestito dalle note di Debussy), intrecciandolo con il gusto per l’esotico che sta dilagando nella cultura europea. A fine Ottocento, il Giappone si affaccia alla ribalta politica internazionale e l’Estremo Oriente viene a sostituire le turcherie care al Settecento e all’età rossiniana; le suppellettili, i paraventi laccati, gli acquerelli, i gesti flessuosi, persino alcuni vocaboli (harahiri, musmé, geisha, kimono) entrano nelle case della borghesia europea e giungono a ispirare i pittori dell’Art Nouveau e della Secessione viennese. E anche scrittori e musicisti di teatro traggono immagini e suggestioni da questa terra incantata e misteriosa: Pierre Loti scrive nel 1887 una fortunata Madame Chrysanthème , da cui deriverà un’operetta di Messager, sull’onda del grande successo del Mikado , nato nel 1885 con musiche di Sullivan. Mascagni accoglie il progetto «con entusiasmo che non ha l’eguale» e si mette a studiare «il tipo armonico giapponese», a Firenze visita la preziosa collezione di strumenti orientali dei baroni Kraus; e di questa ricerca rimarrà nella nuova partitura il timbro dei campanelli giapponesi, del shamisen, dei gong e di un piccolo oboe per l’entrata del teatrino al primo atto, oltre all’impiego della scala esatonale in vari episodi e specialmente nel preludio al terzo atto. Non molto, perché il Giappone raffigurato nell’ Iris è sostanzialmente una terra di fantasia, un paese di sogno inventato, ben diverso da quello ‘autentico’ di Butterfly , che Puccini riempì di temi giapponesi originali e di scale pentafoniche e esatonali per dare maggiore verità ambientale alla sua opera.

ATTO PRIMO
Nel giardino di casa, la giovane Iris saluta il nuovo giorno che finalmente dissipa i tristi sogni della notte, dove le sono apparsi mostri, draghi e serpenti a minacciare la sua bambola malata. La voce del vecchio padre cieco la richiama in casa, ed ecco che nel giardino appaiono davvero due mostri, che rovineranno la sua povera vita: Osaka, giovane signore vizioso e capriccioso che si è invaghito di lei e con l’aiuto di un tristo lenone, Kyoto, vuole ad ogni costo farla sua. I due uomini impiantano, sulle rive del ruscello, un piccolo teatro di marionette; le lavandaie del luogo fanno circolo, curiose ed ammirate; e anche Iris si avvicina sebbene il padre la metta in guardia da quei vagabondi. Una favola prende vita sul piccolo palcoscenico: Dhia, fanciulla tormentata da un padre tirannico e crudele, invoca la morte e viene rapita in cielo dall’affascinante Jor, figlio del Sole, al quale presta la voce Osaka in persona. Ora, mentre le musmè osservano il ballo di tre geishe che impersonano la Bellezza, la Morte e il Vampiro e Kyoto va in giro a raccogliere le offerte, Iris viene sollevata e rapita dai saltimbanchi. Rimasto solo, invano il Cieco chiama la figlia. Alcuni venditori ambulanti lo trovano a terra, piangente: un foglio, lasciato sulla soglia di casa con del danaro, da Kyoto, spiega che Iris è andata allo Yoshiwara, il quartiere dei piaceri. Il Cieco, straziato dal dolore, supplica che lo si accompagni in città: vuole maledire la figlia che gli ha procurato tanta vergogna. Barcollante e inebetito, il vecchio si avvia.

ATTO SECONDO
Iris, ancora priva di sensi, è nella casa di Kyoto, luogo di piacere e di perdizione. Osaka ammira la bellezza della fanciulla e pregusta con Kyoto l’ebbrezza della conquista. Svegliatasi in quel luogo sconosciuto, pieno di un lusso a lei ignoto, Iris crede di esser morta e di trovarsi in Paradiso. Tenta di suonare il sàmisen, e suoni discordanti escono dallo strumento; cerca di dipingere, e solo orribili sgorbi vengono fuori dal suo pennello. Essa piange allora, pensando alla sua casa, ai suoi giuochi, al vecchio padre di cui era sostegno e conforto. Ed ecco Osaka, bello, elegantissimo, che le si presenta per sedurla: Iris riconosce la voce del pupazzo Jor e, intimorita, lo chiama figlio del Sole. Osaka, con una risata, tenta argomenti più terreni e convincenti. Ma né vesti ricche né gioielli preziosi attraggono la ragazza, che crede di ravvisare con spavento in Osaka – che ha detto di essere il Piacere – la terribile piovra di un vecchio racconto della sua infanzia. Il bacio appassionato del giovane la fa prorompere in un dirotto pianto: Iris chiede disperatamente la sua casa, i suoi fiori, suo padre! Osaka, annoiato, rinuncia all’avventura ed autorizza Kyoto ad esporre la fanciulla al pubblico della strada. Kyoto le fa indossare una veste trasparente che mostri tutta la sua bellezza e, sempre minacciando di gettarla in un precipizio di cui le fa vedere la profondità, la espone – dall’alto di una veranda – alla folla che anima, piena di desiderio e di cupidigia, le strade dello Yoshiwara. Fra la gente che si accalca per ammirare Iris è ancora Osaka che, ripreso dalla sua brama di possesso, si arrampica sulla veranda invocandone il nome. Ma un urlo inumano fa eco alla sua voce: è il Cieco, il vecchio padre di Iris, che, condotto sotto la finestra alla quale sta esposta la figlia e da lei chiamato con speranza e con gioia, raccoglie manciate di fango e le scaglia contro Iris maledicendola. Colpita nel volto da quel fango che essa non meritava, Iris lancia un grido disperato e si precipita nel baratro, che Kyoto poco prima le ha mostrato. Mentre Osaka manda un urlo di terrore. il Cieco continua a scagliare inconsciamente fango e maledizioni.

ATTO TERZO
Nel fondo dell’abisso, Iris muore, uccisa dai desideri e dall’egoismo degli uomini. Turpi cenciaiuoli frugano il suo corpo per rubare vesti e gioielli e fuggono quando essa dà deboli segni di vita. Alla sua domanda desolata – «Perché?» – voci strane e beffarde paiono risponderle da lontano: l’egoismo di Osaka, che ha pensato solo al suo piacere, quello di Kyoto, che ha mirato unicamente all’interesse, e infine l’egoismo del padre, per il quale la perdita di Iris si risolve, in definitiva, nella mancanza di un sostegno. Iris, muore nell’orrore, in una disperazione senza nome, quando – dall’alto dell’abisso, a poco a poco, e sempre più viva e fulgida – la luce del Sole nascente giunge a confortarla. Il sole inonda il baratro orrendo, illuminando il piccolo corpo intorno al quale spuntano nubi di fiori. Iris, così, è accompagnata in cielo da una pietosa e trionfante visione di luci e di armonie.


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