Domenica 22 aprile 2012

Gli “Amici della Musica di Mirandola” organizzano
viaggio in Pullman al Teatro Filarmonico di Verona

GAZZA LADRA

Melodramma in due atti di G.Rossini
Libretto di G. Gherardini

Direttore Giovanni Battista Rigon
Regista Damiano Michieletto
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Lighting designer Mark Truebridge
Interpreti
Fabrizio Vingradito Omar Montanari
Lucia Giovanna Lanza
Giannetto Mario Zeffiri
Ninetta Majella Cullagh
Fernando Villabella Roberto Tagliavini
Gottardo Mirco Palazzi
Pippo Elena Traversi
Isacco Iorio Zennaro
Antonio Cosimo Panozzo
Giorgio Gezim Mishketa
Ernesto Matteo Ferrara

Nell’ampio catalogo rossiniano tre titoli appartengono al genere semiserio: Torvaldo e Dorliska (1815), La gazza ladra (1817), Matilde di Shabran (1821). La gazza ladra è tra questi certo l’esito più alto: una partitura abnorme per dimensioni (la sua durata supera di quasi il doppio quella degli altri titoli del catalogo rossiniano, escludendo Semiramide e Guillaume Tell) e per impegno compositivo (si pensi alla quasi assoluta mancanza di musica ripresa da opere precedenti, il che vuol dire assunzione di un impegno straordinario). A motivare uno sforzo compositivo così intenso non sembra sufficiente indicare una tappa, peraltro importante, della biografia del Pesarese quale la fine della collaborazione di Rossini con i teatri della Penisola, sancita appunto dalla composizione della Gazza ladra. Il fatto che quest’opera sia l’ultima scritta da Rossini dopo la sua nomina a direttore dei teatri napoletani (1815) è piuttosto occasione esterna. Dato senza dubbio più determinante fu la commissione. L’incarico di comporre una nuova opera giunse a Rossini dal Teatro alla Scala di Milano, con il quale egli si impegnò prima del marzo 1817. Il libretto era fornito da un poeta «di fresca data», come scrive Rossini in una lettera alla madre, vale a dire Giovanni Gherardini, letterato di spicco della vita culturale milanese, direttore del ‘Giornale d’Italia’, autore di drammi giocosi per musica, commedie in prosa, traduttore di classici e importante filologo. Con la prima redazione del libretto della Gazza Gherardini partecipò a un concorso indetto dall’Impresa dei Reali Teatri di Milano, guadagnandosi parole di stima da Vincenzo Monti, che lodava l’azione «sviluppata con naturalezza e chiarezza», nonché i caratteri ben lumeggiati e felicemente messi in contrasto». La fonte letteraria di Gherardini era un soggetto tratto dal teatro francese, La Pie voleuse , di T. Babouin d’Aubigny e Louis-Charles Caigniez, un ‘mélo-historique’ (basato cioè su un fatto che si riteneva di cronaca) rappresentato a Parigi nel 1815. Il fatto che Rossini abbia preventivato tre mesi di lavoro per la composizione dell’opera da darsi al Teatro alla Scala indica quanta importanza egli attribuisse alla propria rentrée nel teatro milanese. Dal tempo della Pietra del paragone (1812), salutata da un grande successo, il melodramma rossiniano aveva conosciuto a Milano esiti incerti con Aureliano in Palmira (1813) e Il Turco in Italia (1814), tanto che il corrispondente di un giornale tedesco, la ‘Allgemeine Musikalische Zeitung’, poteva scrivere: «Rossini alcuni anni fa furoreggiava a Milano e Venezia, ora se ne ha abbastanza di quasi tutte le sue opere in ambedue le città. L’anno scorso a Napoli fu innalzato alle stelle: ora perfino là cominciano a fare tutt’altri discorsi su di lui». Probabilmente avvertito di tanta malevolenza, Rossini affinò le armi, e il fatto di confrontarsi con un’opera semiseria giocò a suo favore. Il genere semiserio infatti, per sua costituzione in bilico tra buffo e tragico, consentiva a un compositore come Rossini, così straordinariamente dotato di senso dell’equilibrio stilistico e formale, di dare ottima prova di sé in entrambi i generi. Come l’opera buffa e quella seria, anche l’opera semiseria era caratterizzata da convenzioni precise, in gran parte mutuate dalla comédie larmoyante e dalla pièce à sauvetage . Innanzitutto il lieto fine, dove un innocente, generalmente una persona del popolo ingiustamente condannata, sfugge in extremis alla condanna a morte; poi l’ambientazione, solitamente di tipo feudale, che vede il castello o palazzo del persecutore, che è sempre un nobile o comunque persona di rango elevato, incombere sulla scena quale concretizzazione visiva dell’arroganza del potere. Luoghi topici del genere semiserio sono la prigione o la torre (che racchiude l’innocente condannato), la piazza del villaggio (dove si radunano i contadini), la casa del signore.

Atto I

La prima scena dell’opera si apre nel cortile della casa del ricco fittaiuolo Fabrizio Vingradito. Qui si sta infatti preparando la festa per il ritorno dalla guerra di Giannetto, figlio di Fabrizio e di Lucia, promesso sposo di Ninetta, la cameriera. Una gazza, racchiusa nella gabbia, ripete il nome di Ninetta, la quale, orfana di madre, deve procacciarsi da vivere servendo, poiché il padre, Fernando Villabella, è costretto in guerra. Ninetta torna dalla collina con un canestro di fragole, pensando al suo incontro con l’amato Giannetto (“Di piacer mi balza il cor”). L’unione dei due giovani è favorita da Giannetto, mentre è osteggiata da Lucia, che si lamenta con Ninetta della perdita di una forchetta. Una sinfonia campestre annuncia l’arrivo di Giannetto, che va subito incontro alla ragazza (“Vieni fra queste braccia”). Mentre Lucia, Fabrizio e Giannetto escono, Ninetta scopre che il padre, Fernando, è entrato in casa di nascosto. Questi le narra di essere fuggito dal carcere, dopo esservi stato rinchiuso e condannato a morte per un diverbio con il proprio capitano. Ninetta si commuove al racconto (“Come frenare il pianto”), quando improvvisamente vede arrivare il podestà che, sapendo Ninetta sola in casa, vuole approfittarne (“Il mio piano è preparato”): giunge in casa e vede il padre di Ninetta che, travestito da mendicante, finge di dormire. Ninetta intuisce il pericolo e cerca di far fuggire Fernando; ma egli non ha danari, solo una posata, che incarica Ninetta di vendere portandogli il ricavato nel bosco, sotto un castagno. Il podestà sta per smascherare Fernando, ma grazie all’astuzia di Ninetta non vi riesce (terzetto “Respiro… Mia cara”). Invitato a uscire, Fernando assiste, nascosto dietro una colonna, alle profferte che il podestà rivolge a Ninetta: sdegnato, lo invita a vergognarsi e a rispettare l’innocenza di Ninetta, la quale caccia il podestà, che giura vendetta nei confronti della ragazza. La gazza intanto scende sulla tavola, rapisce una posata e vola via. Sentendo arrivare Isacco, il merciaiuolo, Ninetta ne approfitta per vendere subito la posata datale dal padre. Rientrata a casa, Lucia conta le posate d’argento e con stupore si accorge che manca un cucchiaio. Sbotta: oggi manca un cucchiaio, ieri una forchetta; vuol dire che ci sono dei ladri, suggerisce il podestà. Ninetta piange, perché già teme di essere accusata, e la legge è severa con i ladri domestici: pena capitale. Tutti si chiedono chi possa essere il ladro e la gazza risponde: Ninetta. Al podestà non par vero di poter processare colei che gli ha opposto rifiuto: sont-size: 12pt;”>Atto II

Nel vestibolo delle prigioni della podesteria

Ninetta dalla cella chiama Antonio, il carceriere, chiedendogli di poter vedere Pippo, l’unico che potrebbe portare il denaro promesso a Fernando. Sopraggiunge Giannetto, che invita Ninetta a scagionarsi e a svelare la provenienza della posata data a Isacco. Ma Ninetta non può: scagionarsi significherebbe tradire il padre (duetto “Forse un dì conoscerete”). Nel frattempo il podestà chiama Ninetta e le dice che, se si arrenderà alle sue preghiere, la libererà dal carcere (“Sì per voi, pupille amate”); Ninetta una volta di più rifiuta. Intanto un rullo di tamburi annuncia la sessione del tribunale. All’oscuro della tragedia occorsa alla figlia, Fernando si reca presso il castagno dove Ninetta avrebbe dovuto riporre il denaro e, non trovando nulla, comincia ad avere cattivi presentimenti; chiede notizie a Lucia, la quale lo mette al corrente della situazione, dicendogli che Ninetta verrà in breve giudicata dal tribunale. Fernando rimane attonito (“Accusata di furto… Oh rossore”) e Lucia inizia a pentirsi di essere stata la cagione di tanto dolore. La scena si sposta nella sala del tribunale, dove si raccolgono i voti del giudizio di Ninetta; annunciata da una musica tetra, giunge la sentenza di condanna a morte (coro “Tremate, o popoli”; quintetto “Ah qual colpo!”). Mentre Ninetta è tratta al supplizio, entra impetuosamente Fernando, offrendo il suo sangue al posto di quello della figlia, ma il pretore è inflessibile: Ninetta salirà al patibolo e suo padre sarà rinchiuso in carcere. Intanto, vicino all’orto di Fabrizio, Pippo, dopo aver riposto nel castagno il denaro per Fernando, conta le sue monete: la gazza ne ruba una, volando sul campanile; Pippo e Antonio si gettano al suo inseguimento. Il corteo che scorta Ninetta si avvia verso il luogo dell’esecuzione (finale: “Infelice, sventurata”), accompagnato da una marcia funebre. Pippo, salito sul campanile, ritrova la posata rubata dalla gazza, la stessa per la quale Ninetta stava andando a morte. Antonio e Pippo cercano di fermare il corteo, scampanando a martello; Ninetta viene rilasciata, di fronte alla tangibile prova della sua innocenza. Anche Fernando, per ordine del monarca, è liberato dal carcere. Giannetto e Ninetta vengono uniti in matrimonio, tra l’esultanza di tutti e lo scorno del podestà.

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