Di Pierfilippo Tortora

L’atmosfera è raccolta e quasi familiare nel Foyer del Teatro Nuovo: quando si assiste alle serate di Mirandola Classica Estate si ha l’impressione di appartenere ad un gruppo di privilegiati, e in effetti è così.

Marco Ottaviani si è esibito in un recital pianistico lungo ed intenso, estenuante per il pianista ma esaltante per noi. Diciassettenne, vincitore dell’edizione 2018 del prestigioso “Premio Schumann” per quel magnifico Carnaval, ha già ricevuto molti altri premi e riconoscimenti; studia anche il violoncello, strumento che gli ha dato occasione di suonare in orchestra.

Di Horowitz la fortunata formulazione “chi è senza anima è una macchina, chi è senza tecnica un dilettante”. Ad Ottaviani  nulla manca della tecnica ma, soprattutto, ha stile, ha una incredibile sensibilità e la disinvoltura dell’eleganza. Questa estrema raffinatezza non si acquisisce soltanto con lo studio.

Ma probabilmente Horowitz non è tra i suoi preferiti come invece dev’essere Benedetti Michelangeli: come il leggendario pianista anche Ottaviani ha il fazzoletto nero. Del fazzoletto di Benedetti Michelangeli si era scritto molto, la critica aveva a lungo giocato ad interpretare questa stravaganza, in realtà l’unica ragione era che un fazzoletto bianco avrebbe riflesso la forte luce del palcoscenico, distraendo ed irritando il maestro. Qualsiasi sia il motivo del fazzoletto nero di Ottaviani, un omaggio a Benedetti Michelangeli o solo un vezzo, lo abbiamo apprezzato.

Un programma particolarmente ricco: Beethoven, Schumann, Brahms, Scriabin.

Il Beethoven delle sue ultime tre sonate, concepite durante la composizione di quel discorso sinfonico sulla spiritualità che si sviluppa fra la Missa Solemnis e la Nona. Una sonata modernissima, anticonvenzionale, con due primi brevissimi movimenti che lasciano spazio al tema con variazioni dell’Andante molto cantabile ed espressivo. Ottaviani ha qui dimostrato di saper far cantare il pianoforte con un’espressività né sguaiata né patetica, ricordando sempre che, per quanto questo sia un Beethoven proiettato verso le novità musicali e per quanto questo Beethoven tardo sia quello che i romantici come Wagner citano spesso e quello in cui pretendono di affondare le proprie radici, Beethoven resta un non romantico.

Al nome di Schumann si lega quello di Ottaviani nel Carnaval, op.9: una serie di impressioni, giochi, richiami, citazioni,e ricordi pienamente romantici. Una sfilata con tratti malinconici e chiassosi di personaggi, maschere, compositori, donne, idee e sensazioni dall’intimo di Schumann. Con uno stile mirabile Ottaviani ha vinto questa terribile sfida interpretativa.

Poi un po’ di virtuosismo: studi per pianoforte di Brahms, in realtà trascrizioni e variazioni sui capricci di Paganini. Un gusto un po’ lisztiano che funziona sempre.

Ottaviani ha chiuso questo strepitoso recital con una tarda sonata di Scriabin, compositore russo non molto noto e non molto eseguito. Una sonata d’avanguardia che scava nel profondo dell’intimo e del subconscio umano, eseguita con la solita disinvoltura, un’interpretazione non eccessivamente accentuata ma personale.

Ottaviani ha dato prova di un buon gusto infallibile, di una grazia eccezionale, di una eleganza inarrivabile. Magnifico.

Il programma di questo concerto è lo stesso dell’esame finale del Conservatorio: di pochi giorni prima il diploma in pianoforte al Conservatorio “Rossini” di Pesaro, con il massimo dei voti, la lode, e la nota di merito, naturalmente.

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