Un programma davvero impietoso nei confronti degli esecutori ha aperto, giovedì 18 luglio, la breve (ma densa) stagione Mirandola Classica Estate a cura degli Amici della Musica. Tanto spietato, dicevo, contro il duo pianistico Veneziani-Valluzzi quanto dilettevole e apprezzato dal caloroso e gaudente pubblico mirandolese è stato il programma di sala del concerto.

Dallo squisitamente romantico ed eternamente giovane Mendelssohn all’ardito Poulenc di pieno Novecento. Ma ancora: da un popolaresco Dvořák d’Ottocento allo smodato Piazzolla con il suo celeberrimo Libertango e Oblivion. E non basta: il terribe Mússorgsky della notte sul monte calvo e le deliziose danze russa e spagnola dal Lago dei Cigni di Tschaikowsky nella trascrizione (sempre tecnicamente ardita ma teneramente dolce) del magister humidus, Claude Debussy. Splendidissimi anche i generosi Encores, da Le Carnival des Animaux di Camille Saint-Saëns: lirico e profondo l’Acquarium, energico ed eccitante il concitato finale.

Da ogni angolo del Foyer del Teatro Nuovo, ciascuno ha avuto modo di sperimentare anche con gli occhi la tecnica coraggiosa dei due giovani baresi, la stessa apprezzata dalle orecchie, ma manifestata visualmente dallo spettacolo delle velocissime mani.

Eppure una precisione e una nitidezza addirittura da incisione, di quelle che ormai non si fanno più. C’è il gusto, proprio di questi anni, di ostentare la natura percussiva del pianoforte. Potrà disorientare l’ascoltatore avvezzo alla cantabilità horowitziana o richteriana o rubinsteiniana, tesa, al contrario, ad oscurare la natura percussiva dello strumento con i più soavi legato e pianissimo, con grande attenzione ad un tocco morbido e delicato perché il suono imitasse al meglio la voce umana, il fiato, il canto. Si tratta di, non voglio dire mode, ma tendenze esecutive che appartengono ai loro tempi. Oggi il pianoforte, complice il nuovo repertorio che è andato formandosi dal secondo Novecento ad oggi, è diventato più esuberante e forse violento. Ma il nostro duo ha dato dimostrazione di essere capace di tutti i colori, sia in contrasti forti e improvvisi sia nelle più morbide sfumature. Dunque c’è questo gusto che denota il nostro tempo e che ben si addice al repertorio meno romantico in programma; ma c’è anche la chiara dimostrazione della capacità contraria: l’Andante e Allegro op. 92 di Mendelssohn non mancava della giusta e amata, commovente, cantabilità. E non finiscono qui i meritati allori. Il duo si combina in una perfetta fusione artistica, coerente, assieme, mai contraddittoria, un’intesa completa nel rendere la complessa tessitura di un suono orchestrale, denso, compatto, totale (e, l’ho detto, se serve, anche lirico).

Tanto talento è stato riconosciuto: una fitta pagina del programma di sala è dedicata ai numerosissimi concorsi nazionali e internazionali in cui non hanno avuto rivali.

Pierfilippo Tortora

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