Riflessioni dopo un’estate di Arena

(Articolo a cura di Margherita Bergamaschi)

Siamo rimasti incantati davanti alle atmosfere dell’Arena di Verona, abbiamo assaporato l’Opera in un clima di sincera commozione davanti alla morte della figlia di Rigoletto o pensando a tutti gli amanti separati che cantano le proprie storie.  Ma fin dove possiamo spingerci ad affermare con sicurezza che l’Opera, oggi come oggi, è salva? Potrà questa perdurare, incontaminata, fiorente come un tempo?

L’uomo non riesce a vivere di sussistenza. Il corpo forse lo ringrazierà, ma l’animo avvizzisce, appassisce in fretta se non viene nutrito del nettare che noi chiamiamo comunemente  “Arte”. Se, per questa ragione, il mondo dell’arte non viene continuamente rinnovato e collocato col giusto indice di importanza, allora anche a noi mancherà qualcosa, e non sapendo dove sia la ferita, poiché è invisibile agli occhi, allora moriremo  senza accorgercene.

La realtà è che la cultura non ha mai avuto tanto bisogno come ai giorni nostri. Quale potrà mai essere la potenza di un’arte che rimane inerte davanti alla noncuranza dei suoi testimoni?  Forse risentiamo ancora dei postumi dell’industrializzazione, ma continuiamo a pensare all’Arte come un affare di marketing, oggi come non mai.  Vero è che le opere venivano commissionate, servivano agli artisti per sopravvivere, ma ora non si sta parlando di una commercio di musica, ma di un commercio di ascoltatori. Un mercato  umano che stride fortemente con ciò che l’Arte dovrebbe trasmettere.

L’opera in Arena è nata cento anni fa sotto il desiderio di renderla una questione popolare, per alimentare il senso di appartenenza all’Italia ma anche per creare situazioni in cui riuscire a diffondere la cultura su grande scala. Sentire affermare, al contrario, che l’Arena è un ambiente elitario nel quale sfoggiare una posizione sociale è quanto meno la cosa più odiosa e sconvolgente da poter digerire. Bisogna ritrovare la bussola, e in fretta.  Come possiamo lamentarci che in Italia la cultura passa sempre più in secondo piano se si ascolta Verdi per cercare un’affermazione sociale o peggio ancora per poter dire di essere nella casta che “se ne intende” di musica classica?

Non è la musica ad essere in vendita, sono gli uomini ad essere alla mercé di altri uomini. Se gli spettatori non si approcciano a questo meraviglioso mondo con cuore aperto, allora non hanno neanche ragione di esistere le arti, la cultura, il frutto dell’intelletto.

E se chi ha la fortuna di poter coordinare, gestire, entrare e dare un contributo attivo al commercio della lirica continuerà , imperterrito, a trattarla come merce di contrabbando abbandonata al miglior offerente, dovrà fare i conti con chi la utilizza per conoscere un po’ di più se stesso, con chi in essa trova l’Essenza della Bellezza e non è disposto ad abbandonarla, mai. Sperando che questo momento arrivi presto. 

“La musica deve far sprizzare il fuoco dallo spirito degli uomini.” Ludwig van Beethoven